Sport e agonismo in età infantile.

Sicuramente qualcuno ha sentito parlare di Sara meloni che a sette anni (vicino al padre) ha corso i 5000 metri sotto i 20 minuiti e i 10000 metri sotto i 45 minuti.
Tanto allenamento, passione e costanza.
La bimba ha corso la Bibi, una gara su strada con competitiva che si tiene ogni anno a Borghetto Santo Spirito (SV) e tantissime sono state le persone che sono andata a vederla.
La piccola Sara si allena con il padre e la madre, entrambi marciatori, ed è estremamente motivata, il suo sogno è arrivare alle olimpiadi.

Ma vogliamo fare una riflessione.
Partendo dall’assunto che il talento senza allenamento resta solo potenzialità, è giusto e salutare che una bimba così piccola faccia tutta questa attività? Nella corsa non bisogna avere fretta perché, nonostante un bimbo possa essere motivato e predisposto, non deve superare i limiti fisici. Il padre dice che “la corsa e il suo gioco preferito” e i controlli medici confermano che la bimba “è sana”.

Paolo Crepaz, medico, specialista in Medicina dello sport e Fisiatria, giornalista, docente in Pedagogia dello sport al master in Psicologia dello sport dello IUSVE, delegato provinciale per il Trentino della Federazione Medico Sportiva Italiana e vicepresidente del CONI Trentino, da alcune risposte e ricorda che “una cosa è osservare un talento, altra cosa è coltivarlo: è complicato e difficile. Un proverbio africano dice che per crescere un bambino serve un intero villaggio. In chiave montessoriana è quel ‘ti aiuto’ volto a sviluppare ciò che il bambino ha dentro. Della storia di Sara Meloni mi ha colpito il fatto che i medici abbiano detto che è sana: non vuol dire che se è sana quel carico di lavoro sia adeguato psicologicamente e fisicamente alla sua età”.

Secondo Crepaz è sconsigliabile per un genitore allenare un figlio perché, nonostante la buona fede del genitore “è un rischio, si sovrappongono una molteplicità di interessi, difficili da gestire e tenere separati”.

Il medico riprende anche un concetto importantissimo che ci spiega il pechè, nello sport c’è stato qualche caso di padre/figlio che ha portato a grandi risultati, come quello della Cagnotto. Il concetto è quello di Malcolm Gladwell delle 10000 ore e dice “per coltivare un talento occorrono 10mila ore di pratica intenzionale, cioè non la ripetizione del gesto ma una pratica in cui si ritarda l’automatizzazione del gesto, inserendo obiettivi sempre più sfidanti, con situazioni alternative di difficoltà. E questo richiede, appunto, competenza”.

Aggiunge anche che l’attività sportiva in età così giovane è da paragonare ad una medicina: “fa bene nella giusta posologia, non ha effetti collaterali ed è a costo zero o quasi. Se invece si sbaglia posologia può diventare dannosa e specialmente nell’età evolutiva il rischio è alto. Serve competenza, deve esserci l’intenzionalità educativa, l’obiettivo è lo sviluppo delle capacità del bambino e non vincere necessariamente i campionati italiani”.

Detto questo però, Crepaz indica anche i fattori estremamente positivi dell’attività ludico motoria nei giovanissimi: “Le neuroscienze hanno dimostrato che i bambini sotto i dieci anni che praticano attività ludico-motoria, rispetto ai bambini sedentari sviluppano una maggiore capacità di problem solving, di memorizzazione e stanno più attenti a scuola. Questo perché hanno sviluppato maggiormente l’ippocampo, ossia la parte del cervello deputata allo formazione della memoria, del senso dello spazio e dell’inibizione”.

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